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Sullo Stato mondiale

Riflessioni sulla globalizzazione

Il terziario

Quando penso alla “globalizzazione” mi viene in mente un fenomeno di portata gigantesca, che ha iniziato a espandersi nell’ultima fase del XX secolo. Lo sviluppo del terziario è stato il preludio di queso “nuovo" periodo storico, quando la modernizzazione della società, essendo cambiati gli interessi delle élite finanziarie ed economiche, ha dovuto trasformare la propria visione di vita e il proprio modo di produrre, nella fase di transizione da una produzione agricola a una produzione industriale. Vi è stato un massiccio trasferimento di persone dalle campagne all’industria e, al fine di realizzare ciò, fu introdotta la scolarizzazione di massa.

 

In vista della meccanizzazione/ divisione/organizzazione scientifica del lavoro, sulla scorta delle teorie di F. W. Taylor, di A. Smith e di H. Ford, le industrie hanno modificato la loro struttura, ampliandosi, con l'obiettivo di offrire una vasta gamma di prodotti (produzione in serie) su larga scala; perciò si sono sviluppate nuove esigenze da parte degli industriali per competere al meglio sul mercato, accogliendo nel processo produttivo nuove figure professionali, come il tecnico, il consulente aziendale, il commerciale, l’esperto di pubblicità, l’esperto di informazione, e via discorrendo. Insomma, ci si avvia verso l’apertura di un nuovo settore, quello dei servizi o terziario, all’inizio citato. Dunque, da una parte abbiamo il tecnico, e dall’altra l’operaio non qualificato, con una conseguente separazione netta, all’interno della realtà aziendale, tra reparti gestionali e reparti operativi. Ad amplificare gli effetti di questa rivoluzionaria innovazione, sono stati lo sviluppo di internet e della telematica nel 1972, che hanno accelerato i flussi di informazione e hanno permesso l’internazionalizzazione dei modi di vedere e di pensare di vaste aree geografiche nel mondo.

 

Individualità e conformismo

Immaginiamo che ogni nazione sia il nodo di una vasta rete mondiale, e tutte le decisioni prese riguardo la cultura, le tecnologie, la scienza, l’economia, la finanza, la politica, siano influenzate da ciò che accade a livello planetario, a causa della reciproca interdipendenza tra gli Stati. Così facendo, si imporrebbero, in tutti i campi citati, le nazioni più forti, e verrebbe diffusa, in ogni angolo del pianeta, una visione univoca e omologata, in spregio totale al dono più prezioso che la Natura ci ha offerto nel corso della sua evoluzione, ovvero quello dell’individualità. Se si vuole creare un’unica cornice istituzionale, se si vuole irregimentare la società e accentrare il potere attraverso l’ausilio della tecnologia moderna (con una buona dose apologetica di propaganda massmediatica), questo passaggio dalla «molteplicità naturale» all’«uniformità artificiosa» avrà un prezzo, ossia sacrificare la propria libertà nel nome di una democrazia dittatoriale, perché sappiamo che “uniformità” e “individualità” non possono coesistere e il conformismo non è altro che il figlio di tutte le dittature.

 

Una globalizzazione del passato

Nell’antica Grecia le città-stato erano in continua lotta tra loro, per conquistarsi il primato di superpotenza egemone e imporsi sulle rivali; poi con Alessandro Magno, nel 333 a.C., la loro civiltà e la loro cultura furono diffuse in tutto il Medio Oriente. Questo periodo, che viene definito «Ellenismo», è una globalizzazione a tutti gli effetti, in cui il potere non è più in mano ai cittadini e si smarrisce anche il senso etico e civile della polis intesa come comunità, lasciando posto all’«individualismo», cioè un sentimento di disaffezione nei confronti dello Stato e il massimo sfogo dei propri egoismi. All’individualismo si unisce il concetto di «cosmopolita», ovvero la consapevolezza da parte delle persone di un mondo in cui sono cadute le vecchie barriere politiche e culturali, e di essere fruitori di una cultura sovranazionale. Al «cittadino», definito tale perché si occupa anche di questioni di interesse collettivo, si sostituisce il tecnico, o professionista, che si concentra solo ed esclusivamente sul suo lavoro o su chi gli permette di svolgerlo al meglio, non capisce nulla di ciò che lo circonda e, per quel che è peggio, non gliene importa un fico secco.

 

Oggi

Ora, avendo fatto questo breve viaggio nel passato, torniamo nel nostro futuro, cioè il presente: non vi sembra la stessa situazione? Lo Stato non è più sovrano perché ha delegato i suoi maggiori poteri (moneta, politica estera, commercio internazionale) al Commercio Mondiale e ai poteri sovranazionali. La cultura, o meglio, la degenerazione culturale, ha assunto carattere sovranazionale, cioè di tutti, quindi l’elettore, attribuendo tutte le colpe solo ed esclusivamente a questo o a quel partito, si sente sempre più estraneo nei confronti della nazione, e se ne allontana gradualmente; e su cosa si basa questa presunta cultura? Sul libero mercato (attenzione: “libero”, nel senso che viene gestito liberamente dalle grandi società e dalla finanza), sullo sviluppo delle multinazionali, sull’integrazione globale dei mercati finanziari, sul consumismo e sull’intrattenimento, e via di questo passo. Tutto ciò cosa ha provocato? Disuguaglianze e scomparsa del ceto medio.

 

Ciò che viene fatto consiste nell’introdurre, attraverso la gestione telematica dei processi, politiche di outsourcing da parte di società e imprese, dislocando le strutture di produzione dove la manodopera costa meno; così facendo, il lavoratore domestico perde potere contrattuale, e sarà costretto a scendere a patti, vedendosi ridurre drasticamente il proprio salario. In secondo luogo, si agevola, con lo sviluppo delle telecomunicazioni, il movimento dei flussi di capitale tra i vari paesi, soprattutto per motivi speculativi, abbattendo i vincoli al “capital flight” in tutte le legislazioni avanzate. Si è passati, in pratica, dal “servire gli interessi economici globali” al “servire gli interessi della finanza globale”.

 

Da una parte, la globalizzazione ha favorito sia un rapido tasso di crescita globale sia il successo dei mercati emergenti (i vantaggi sono stati riscontrati soprattutto negli Stati Uniti e nell’Est asiatico); dall’altro, ha prodotto una vera e propria dittatura di interessi economici senza alcun provvedimento per le problematiche sociali e ambientali. Il singolo, in questo contesto, se è un lavoratore dei reparti gestionali si concentra solo sulla sua professione facendo scomparire tutto intorno a sé - come l’individuo ellenico -; se fa parte dei reparti operativi, cioè la categoria più colpita, sarà sempre alla ricerca di un lavoro che gli permetta di sopravvivere, e che difficilmente si troverebbe in linea con i propri interessi e le proprie attitudini; anche perché bisognerebbe investire per diversificare i settori, ma ciò non è più possibile, poiché, come abbiamo visto, lo Stato non ne ha più la potestà.

 

In un contesto del genere, la cultura non ha più modo di sopravvivere. I sentimenti, la poesia, l’arte, la letteratura vanno a farsi friggere - siamo nella fase terminale dell’Umanesimo -, e ciò che resta è un campo di battaglia dove ci si affronta in continuazione per poter emergere e avere successo, con tutti i risvolti morali e sociali che ne conseguono.

 

Il problema non è la globalizzazione in sé

Infatti, dipende da come viene gestita. Occorrono delle istituzioni pubbliche globali che dettino le regole secondo l’indirizzo politico-sociale internazionale, e non organismi come il Fondo Monetario, la Banca Mondiale e il World Trade Organization, in cui il diritto di voto viene assegnato in base al potere economico delle nazioni. Altrimenti, verrebbero attuati programmi volti a beneficiare solo ed esclusivamente determinati paesi o individui, a discapito degli altri. È così che si impongono le nazioni più forti, come avevamo accennato nel paragrafo «Conformismo e individualità». Bisognerebbe ripristinare il potere statale, attuare politiche economiche espansive dirette alla piena occupazione, tutelare individui e gruppi, che per varie ragioni non riescono a tenere il passo, promuovere politiche che hanno l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze e arginare le sperequazioni. Ciò servirà a stimolare la coesione sociale e promuovere un clima favorevole agli investimenti e alla crescita.

 

Questo è ciò che si dovrebbe fare, se si vuole promuovere una globalizzazione etica da parte di soggetti che vogliano considerarsi civili, non solo dal punto di vista del tenore di vita, ma anche dal punto di vista umano e sociale, ed è solo dopo aver soddisfatto tali requisiti che potremo considerare l’uomo un essere davvero “evoluto”, che sta per fare il suo ingresso, finalmente, nella cosiddetta “storia moderna”.

 

04/07/2019

Francesco Petruzzelli


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