Eresia pura



Il libro di Adriano Petta, «Eresia Pura», non è solo un romanzo, ma anche una ricostruzione storica basata sulla consultazione di documenti autentici custoditi negli archivi di monasteri e di chiese di gran parte dell'Europa. Si tratta di un rendiconto molto importante, poiché racconta la triste vicenda di una setta cristiana che visse nella Linguadoca, la stessa regione che in passato, ai tempi dei Romani, prendeva il nome di Gallia Narbonese. Ebbene, questa setta di Catari o Albigesi, credeva nella ricerca della conoscenza (gnôsis) quale mezzo per elevarsi ed arrivare alla luce, a Dio, e non esitò a diffondere in maniera essoterica l'amore per il sapere. Ovviamente, questo modo di essere scatenò la reazione del Cattolicesimo e, in particolare, di papa Innocenzo III, il quale era già in possesso, presso la Torre Saracena del castello di Nemi, di un'importante documentazione contenente le cosiddette "chiavi del sapere", in grado di stravolgere il paradigma culturale di quel tempo e di rivoluzionare il corso della storia. Il protagonista, Giordano Nemorario, riuscirà non solo ad entrare in possesso di quei documenti, conservati successivamente nell'abbazia di Santa Colomba, a Sens, ma riuscirà a portarli con sé al castello di Montsègur, scatenando l'inseguimento di coloro che vorranno riappropriarsene, come Arnaud-Amaury, Ministro Generale dell'Ordine Cistercense - autore del massacro di Béziers, il 22 luglio 1209 -, assieme ai suoi uomini. Alla fine, le "chiavi del sapere" verranno affidate ad una fanciulla che rimarrà nascosta in una grotta, con la sola intenzione di salvarle dal rogo di Montségur, il 15 marzo 1244, in cui verrà compiuto un vero e proprio genocidio. Della popolazione catara non rimase più nulla, tuttavia la sorte di quelle importanti carte verrà svelata nel prossimo libro che ne rappresenta la continuazione, «Roghi fatui».

I romanzi appartenenti alla trilogia di Petta («Eresia pura», «Roghi fatui» e «Ipazia») presentano uno spessore molto importante, perché sono costituiti da personaggi realmente esistiti che hanno lottato duramente ed hanno sacrificato la vita per conservare e per diffondere la conoscenza, con l'obiettivo di sostenere il libero pensiero e di sottrarsi, di fatto, al predominio tracotante del potere, in questo caso rappresentato dalla Chiesa. Da sempre i totalitarismi, con qualsiasi volto essi si presentino, hanno mantenuto nell'ignoranza tutti, col fine di esercitare un controllo incontrastato sui popoli, dal punto di vista politico, economico e sociale, ordunque, a maggior ragione risulterà utile adottare tali racconti come chiavi di lettura per leggere il presente e per vigilare sui nostri diritti (come disse Calamandrei nel suo discorso sulla Costituzione), tenendo sotto controllo una potenziale svolta della società in senso autoritario, perché il proposito di governare senza contradditorio, usurpando lo stato di diritto ai cittadini, esiste ed è reale.


Roghi fatui



Tutti coloro che nella Storia hanno detenuto lo scettro del potere si sono sempre prodigati nel mantenere le folle distanti dalla conoscenza, sostituendola, furbescamente, con dogmi incontrovertibili oppure con dei surrogati della stessa. In questo libro, «Roghi fatui», Adriano Petta rivela in che modo il Cristianesimo - affermatosi dal IV secolo in avanti - impose il proprio credo e le proprie leggi, e per meglio dire con la violenza, il sangue e la sopraffazione, in spregio totale ai dettami di verità e di benevolenza contenuti nel Vangelo (Giov 14,6). Giordano De Nemore, converso cistercense, addetto al convento di Nemi, affida delle importanti carte contenenti "il sapere rivoluzionario" ad una fanciulla che rimarrà nascosta in una buia grotta mentre egli stesso, insieme all'ultimo baluardo di resistenza catara, saranno arsi vivi nel rogo del castello pentagonale di Montségur il 15 marzo 1244, ad opera di Pierre Amiel, arcivescovo di Narbonne, e di un esercito di diecimila uomini. La fanciulla riuscirà a raggiungere Magonza, ove custodirà con gelosia l'immenso tesoro, che diverrà in seguito oggetto di studio di una ristretta cerchia di intellettuali, antenati di Nicola da Cusa (Nicola Cusano), la quale diffonderà con ardore, seppur segretamente, i contenuti di quelle conoscenze. Verranno coinvolti, via via, Nicola Cusano per l'appunto, Johannes Gutenberg, Niccolò Copernico, Giordano Bruno e Galileo Galilei. Insomma, un manipolo di ricercatori che fa da contraltare al potere costituito di cui abbiamo parlato all'inizio di questo breve intervento. Tali studiosi hanno promosso con grande entusiasmo l'indagine sulla verità, in ogni campo dello scibile, dovendo lottare se non addirittura sacrificare la propria vita, per offrire all'umanità importanti cognizioni riguardanti le origini del cosmo - su cui si è dibattuto per due millenni -, la filosofia, la matematica e la meccanica. I romanzi di questa trilogia illustrano, con grande maestria, il lascito dei nostri antenati e il prezzo che si è dovuto pagare, lungo tutto il corso della Storia, per ottenere le nostre tanto agognate libertà individuali, come quella di pensiero, di parola, di stampa ecc., le quali, tuttavia, risultano essere continuamente in pericolo, poste sotto assedio da chi tenta con gli strumenti del momento di restaurare uno stato di ignoranza generale - condizione imprescindibile per imporre la propria supremazia - al solo scopo di riprendersi tutto e spadroneggiare in modo assoluto su tutti, così come hanno fatto i loro predecessori.


Ipazia



«Ipazia» è il primo romanzo della trilogia realizzata da Adriano Petta, sul libero pensiero, che precede quelli già affrontati in precedenza, come «Eresia pura» e «Roghi fatui». Ipazia fu filosofa ed insegnante alla Scuola Neoplatonica Alessandrina; carismatica e bellissima, della quale tutti gli studenti si innamoravano, e lei regolarmente li respingeva, per via del suo codice etico - comportamentale, dovuto al fatto che fu un grande personaggio pubblico, proprio perché impegnato, sia nella ricerca della verità (sulle origini dell'uomo e del cosmo) sia nella politica. Matematica, ma anche astronoma, trasmetteva ai suoi studenti, e alla gente con cui parlava nelle piazze (agorà), il senso critico ed il libero pensiero. I cristiani, in modo arrogante e sdegnoso, la definivano pagana, sebbene lei non lo fosse affatto. Sostenne che qualsiasi dogma oppure qualunque pensiero religioso avrebbero seriamente minato la capacità di pensare dell'individuo, imprigionandolo, di fatto, in un blocco assiomatico che impedisce di formulare, all'occorrenza, nuove leggi capaci di scalzare quelle già esistenti, in un gioco, come lo definisce ella stessa, «appassionante e senza fine». Questo modo di fare non poteva essere accettato dal Cristianesimo dell'Impero Romano ormai in decadenza, capeggiato da esponenti come il vescovo Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Sant'Agostino ecc., il quale prevedeva la soppressione del sapere in qualsiasi forma eccetto quella imposta dalla Chiesa, e della dignità stessa della donna.

La sua elevatezza, la sua grandissima statura morale suscitarono non poche invidie a Cirillo, vescovo di Alessandria, il quale si rese artefice e mandante di un vero e proprio omicidio politico (la religione era solo una scusa) e il suo braccio armato era costituito da una milizia privata composta da fanatici cristiani votati solo alla violenza ed alla follia, i Parabalani. Nonostante la filosofa sia stata denudata, dilaniata, smembrata nella chiesa del Cesario, ed in seguito trascinata in un letamaio, per poi esser bruciata in un rogo purificatore (durante la Quaresima del 415), Cirillo (il responsabile) fu dichiarato Santo dalla Chiesa, e dottore della stessa, in particolare da papa Leone XIII; e come se non bastasse, nel 2007, Ratzinger, in una commemorazione dedicata al vescovo, elogiò l'abnegazione e il vigore della sua politica. Questo ci sta ad indicare che l'odio verso la ragione e verso la conoscenza non è morto, ed ancora oggi è vivo più che mai, come anche i fondamentalismi di qualunque tipo. E tale abominazione viene sistematicamente disseminata tra le masse popolari, da coloro che dall'abolizione graduale della cultura hanno tutto da guadagnare, soprattutto alla luce degli avvenimenti grotteschi e sconcertanti che stiamo vivendo nel 2021, di transizione politica, economica e sociale. Chiudo, [questo intervento] con un aforisma: «Non possiamo negare che il male operato dalla «stampa» è immenso; né si ingannerebbe chi volesse attribuirle tutti i mali della società contemporanea», ebbene, a pronunciare questa frase, fu proprio papa Leone XIII.


Elbert Hubbard, Ritratto immaginario di Ipazia, 1908

Ipazia d'Alessandria - «Storia di Roma», Bettini, Lentano, Puliga

 

Ipazia era bellissima, di una bellezza sconvolgente. Inoltre, aveva una straordinaria cultura: suo padre, Teone, era stato matematico e filosofo, e la figlia ereditò entrambe queste passioni. Ad Alessandria d’Egitto, nei primi anni del V secolo, teneva lezioni pubbliche su Platone, Aristotele e altri classici del pensiero greco e conduceva ricerche nel campo della geometria e dell’astronomia. La scuola di Ipazia era diventata un centro culturale e prestigioso, e persino Oreste, prefetto romano d’Egitto, non disdegnava di chiedere consiglio all’affascinante studiosa. Ma la fama di Ipazia non piaceva a tutti. Non piaceva a Cirillo, vescovo della città. Al tempo, Alessandria era una delle sedi espiscopali più prestigiose e conduceva una lotta senza esclusione di colpi contro il paganesimo: il predecessore di Cirillo, Teofilo, non aveva esitato a distruggere il tempio di Serapide, sede di un culto molto popolare in Egitto, nonché di una preziosa e antichissima biblioteca fondata nel III secolo a.C. Adesso era Ipazia il nuovo obiettivo della battaglia antipagana. Naturalmente, non era pensabile che il vescovo si sporcasse le mani in prima persona, ma durante la Quaresima del 415, un gruppo di monaci fanatici (i parabalani) si appostò lungo il percorso seguito abitualmente da Ipazia; quando apparve, la aggredirono e la trascinarono all’interno di una chiesa, poi la spogliarono, la massacrarono a colpi di tegole, la tagliarono a pezzi e ne bruciarono i resti. La data e il luogo scelti per l’imboscata erano altamente simbolici: la Quaresima celebra la vittoria del Cristo sulle tentazioni diaboliche e tale, agli occhi di Cirillo e dei suoi seguaci, doveva appunto apparire Ipazia, bella colta e pagana. L’uccisione in chiesa dà all’assassinio l’aspetto di un vero e proprio sacrificio in onore del Dio Cristiano. Ipazia è una delle pochissime donne di cui l’antichità abbia tramandato la memoria. La sua drammatica vicenda ci ricorda l’esistenza, accanto ai martiri celebrati dalla chiesa cattolica, di martiri laici, figli di un’intolleranza non meno grave e ottusa.

 


Il Santo Graal



Tanto intrigante, quanto complesso, questo libro sul «Santo Graal» - scritto da M. Baigent, R. Leigh ed H. Lincoln - ricostruisce, con dovizia di particolari, le cronache coinvolgenti e affascinanti riguardanti svariati e famosi elementi storici: un'organizzazione segreta formatasi all'epoca della prima Crociata, ovvero il "Priorato di Sion"; l'Ordine dei Templari, considerato il loro braccio armato; la Crociata combattuta in Terrasanta, e capeggiata da Pietro l'Eremita e da Goffredo di Buglione; infine, la storia di Gesù e della sua famiglia, la quale, lungi dall'essersi estinta col fallimento della rivoluzione in Giudea, sopravvisse alla propria sorte attraverso un'emigrazione verso la Gallia, e più precisamente a Marsiglia, prolungando di fatto la continuazione della propria stirpe.

Questi filoni narrativi, edificati con l'ausilio di informazioni tratte da documenti storici e da tradizioni antiche - la speculazione logica è doverosa, data la mancanza di alcune fonti - si intrecciano in modo così fitto e seducente, da rubare il lettore al suo tempo, per poi assorbirlo completamente in una spirale di avvenimenti che interessano svariate pergamene, ordini cavallereschi, sette eretiche ed importanti dinastie di re, apparentemente distinte o separate. Si tratta di un lungo viaggio che parte dalla rivoluzione di un re-sacerdote chiamato Gesù e dal suo contesto storico, passando per la guerra tra Romani e Giudei nel 66-74 d.C. in cui viene distrutto il Tempio di Gerusalemme e viene espugnata l'ultima roccaforte dei ribelli, cioè la fortezza di Masada; per poi arrivare all'ultima rivoluzione, quella del 132-135 d.C, in cui gli Ebrei verranno espulsi definitivamente dalla Palestina, permettendo ai Romani di fare di quei confini la propria terra, che prenderà il nome di Elia Capitolina. È proprio questa diaspora a destare particolare interesse.

Spostandoci avanti di parecchio con la nostra macchina del tempo, sia nel tempo che nello spazio, arriviamo in Francia, ed in particolare nella zona meridionale, nei Pirenei e nella Spagna Nord-Orientale. Tutta questa regione acquisisce particolare importanza poiché rappresenta il centro di varie vicende riguardanti sia il ceppo Merovingio sia quello Carolingio, e il vile tradimento della Chiesa di Roma, la quale appoggiò prima una casata e poi l'altra, al fine di compiere una vera e propria congiura dinastica. Notiamo che qui si forma un principato indipendente in cui vive, numerosa, la popolazione ebraica. Il perché di questa presenza etnica lo lascio scoprire ai lettori, leggendo il libro. Tra parentesi, la storia è bellissima! Fatto sta che nel IX secolo, la stirpe di Guillem de Gellone (tale nome lo troviamo anche nella Divina Commedia di Dante, nel XVIII canto del Paradiso, al v. 46), figlio di Teodorico o Thierry di discendenza Merovingia, culminò nei primi duchi di Aquitania, che si accostarono, successivamente, con i duchi di Bretagna. Nel X secolo, Hugues De Plantard, discendente diretto di Dagoberto II, merovingio, e di Guillem De Gellone per l'appunto, divenne padre del primo conte di Boulogne, Eustachio. Nipote di Eustachio fu il nuovo re-sacerdote Goffredo Di Buglione, duca di Lorena e conquistatore di Gerusalemme. E il cerchio si chiude. Il Santo Graal, nella letteratura medievale di Thomas Melory, di De Troyes, di Robert Boron e di Wolfram von Eschenbach, viene identificato spesso con le parole "sangraal" o "sang real", cioè «sangue reale», e tutte le tradizioni, unanimemente, concordano nell'affermare che il principio vitale è intimamente legato al sangue. È proprio il sangue reale il filo conduttore che riunisce tutti i filoni narrativi proposti in questo saggio, legando un famiglia reale, quella di Gesù, ad un'altra famiglia reale, quella di Goffredo da Buglione, con il priorato di Sion e i suoi Templari, che ne fanno da custodi e protettori.

Buona lettura!


Il codice da Vinci


Mondadori


Avendo stilato una breve descrizione storica e mitologica del «Santo Graal», scritto da Richard Leigh, Michael Baigent ed Henry Lincoln, mi accingo, ora, ad illustrare il racconto del «Codice da Vinci» di Dan Brown, che ne rappresenta, sostanzialmente, la trasposizione letteraria.

La storia parla di Robert Langdong, professore di simbologia religiosa alla Università di Harvard, il quale viene subito contattato dal tenente Collet della polizia francese, perché sospettato dell’omicidio di Jacques Saunière, il custode del Museo del Louvre. Ovviamente, Langdon ignora di essere sospettato dalla polizia e, in particolare, dal capitano Bezu Fache, che si trova ad attenderli sul luogo del delitto; ad ogni modo, viene attirato da Collet con la scusante che il cadavere di Saunière, trovato nella posizione dell’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, fosse costellato di simboli e di codici, che, letti da un insegnante di simbologia, per l’appunto, avrebbero portato più facilmente alla scoperta dell’assassino e alla risoluzione del caso. Mentre Langdon cerca di capirci qualcosa, entra in scena Sophie Neveu del dipartimento di Crittologia della polizia giudiziaria, anche lei ingaggiata per dare un contributo alle indagini. A un certo punto, Sophie esorta Langdon a comporre, sul proprio cellulare, un numero da lei rilasciatogli sottobanco, ovverosia quello dell’ambasciata americana, che sembrava avesse un messaggio importante per lui. Allontanatosi un attimo, e dopo aver chiamato al numero indicatogli, Langdon sente al cellulare la voce di Sophie che lo invita a stare calmo, al fine di non destare sospetti, e avvisandolo di essere in grave pericolo, proprio perché la polizia lo ha già additato come colpevole. All’insaputa dei poliziotti, da cui continueranno a scappare durante l’intero corso della vicenda, Sophie e Langdon abbandonano il Louvre, e poi, successivamente, anche Parigi, fino a compiere tutta una serie di spostamenti (Svizzera, Londra, Scozia) che permetteranno loro di scoprire sia il mistero che circonda la vita di Saunière, sia quello connesso alla vita di Sophie, e che paiono, peraltro, essere indissolubilmente legati ad un’importante setta e al Santo Graal. È qui che ci si ricollega al saggio del «Santo Graal», appunto, ove viene raccontata tutta la storia del suo significato, e che viene in seguito ripresa dalle parole dei personaggi, nei loro dialoghi, seppur in modo molto più striminzito.

Personalmente, prima di leggere questo romanzo, consiglio la lettura del «Santo Graal», allo scopo di acquisire quella matrice cognitiva, tale, da non farsi cogliere impreparati ai concetti che via via verranno espressi nelle numerose conversazioni, specie tra il protagonista e lord Teabing, sulla storia del cristianesimo e dei simboli precristiani. Verranno citati i Rotoli del mar Morto e i Rotoli di Hag Haggammadi (spiegati nel libro che abbiamo appena nominato); verrà detto che «il dio precristiano Mitra – chiamato “Figlio di Dio” o “Luce del mondo” – nacque il 25dicembre. In effetti, quando [egli] morì, fu sepolto in una tomba nella roccia (il sepolcro), per poi risorgere tre giorni più tardi. Tra l’altro, il 25dicembre è anche il compleanno di Osiride, Adone e Dioniso. Ancora, al neonato Krishna furono offerti oro, incenso e mirra.»; verrà menzionato il fatto che «nella lotta tra simboli cristiani e simboli pagani, i pagani persero, ragion per cui il tridente di Nettuno divenne il forcone del diavolo, il cappello a punta della vecchia erborista si tramutò in cappello di strega, il pentacolo (che Saunière si disegnò sul corpo, prima di morire) divenne il simbolo del diavolo». Insomma, informazioni curiose, per chi fosse interessato a questi argomenti, fornite, rispettivamente, in chiave storica e letteraria, che fanno riflettere non solo su ciò che sono i nostri scritti, ma anche sul divario esistente tra questi e ciò che sappiamo, inevitabile conseguenza di tutto quello che si è costruito nei secoli, con il solo obiettivo di conservare il potere. La magia di questo romanzo sta proprio nel pensiero nuovo che si viene a formare man mano che lo si legge, attraverso le azioni dei personaggi, le loro interazioni e le peripezie che essi sono costretti a vivere, al fine di scoprire l’occulto che pervade le loro vite... e anche le nostre.

Buona lettura!


Momo


Edizioni Longanesi


Trama

 

È un romanzo fantastico del 1973, scritto da Michael Ende. Avendo avuto un grandissimo successo, ispirò, nel corso dei decenni successivi, non solo una trasposizione cinematografica, nel 1986, ma anche un film d’animazione, nel 2001. Ovviamente, non è solo questo che ha fatto di Momo un romanzo così importante. Vediamone il contenuto. La storia parla di una misteriosa bambina povera ed orfana, la quale, essendo scappata da un orfanotrofio, riesce a stabilirsi presso le rovine di un anfiteatro, in un villaggio non specificato, come altrettanto ignoto è il periodo storico in cui queste vicende si sviluppano. Ella non sa come si chiama, né quanti anni ha, tuttavia inizia, pian piano, a fare amicizia con gli abitanti del borgo, sia con grandi che con piccoli, perché possiede una dote particolare: è capace di ascoltare, e, quindi, di rendere sincero chiunque si fermi a parlare con lei. Semplicemente, lei ascolta in silenzio senza giudicare, cosicché il suo interlocutore trovi da sé la risposta ai propri problemi. Questa bellissima armonia tra Momo e i suoi amici non durerà molto, poiché faranno il loro arrivo, presso quei luoghi, degli individui malvagi ed inquietanti, appartenenti, pare, ad un’altra dimensione, oppure ad un mondo parallelo. Essi non fanno altro che rubare tempo agli altri, in continuazione, per poi fumarselo per mezzo di sigarette fatte con petali ricavati dalle Orefiori, cioè il tempo vero e proprio nascosto nel cuore degli uomini. È con tali sigarette che i Signori Grigi sopravvivono; senza ne morirebbero. Loro si nutrono di tempo, lo stesso usurpato nelle città da questi sottomesse, e che di volta in volta accumulano in un caveaux chiamato «Cassa di risparmio del tempo». In altri termini, dei veri e propri parassiti. Tutte queste informazioni top secret vengono rivelate proprio da uno di questi Signori Grigi, che, imbattutosi in Momo, tenterà di corromperla con bambole e giocattoli senza senso. Ma la nostra amica, avendo una personalità speciale, non cade affatto nel tranello. Il suo interesse non è legato alle cose materiali, bensì all’amore che prova per i suoi amici. Al contrario, è lo stesso Signore Grigio a restarne soggiogato, grazie alla dote straordinaria della bimba di rendere sinceri i destinatari della sua attenzione. Purtroppo, gli amici protagonisti, e tutta la gente del borghetto, finiranno per diventare schiavi del potere di questi esseri, innescando una corsa estenuante e senza senso, con il solo scopo di “risparmiare tempo”, così come i nuovi usurpatori avevano loro” insegnato”, a scapito delle relazioni umane, della cultura e dell’immaginazione. Tutti questi aspetti, a un certo punto, non esistono più; esiste solo guadagnare tempo e depositarlo in vista di un ottenimento futuro maggiorato degli interessi. Questo nuovo modo di concepire la vita non fa che rendere l’esistenza sterile, frivola e priva di significato, “grigia”, per l’appunto, proprio come i Signori che l’hanno imposta. I cittadini non hanno più tempo per se stessi e per le cose che contano, ma solo per nutrire gli impostori insediatosi al comando. Lasciato in quella situazione, il mondo avrebbe corso un grave pericolo, al che Momo decide di intervenire e di passare all’azione, unendo le proprie forze a quelle di Mastro Hora, il custode del tempo, e di Cassiopea, una tartaruga in grado di comunicare col prossimo grazie alle frasi che compaiono sul suo guscio. Alla fine, è Momo che deve compiere la missione: recuperare dal caveaux dei Signori Grigi tutto il tempo rubato agli uomini, al fine di ridistribuirlo tra questi, ma soprattutto dentro i loro cuori, così da restaurare l’ordine originario, civile ed umano, con il quale si è partiti, all’inizio di questa storia. Il tempo della missione? Lo indica l’Orafiore di Momo, donatale poco prima da Mastro Hora: sessanta minuti.

Buona lettura!


Commento

 

È incredibile come questa bellissima storia descriva, alla perfezione, il nostro attuale modo di vivere. In altri termini, può essere considerata l’allegoria perfetta del sistema in cui viviamo. L’unica differenza è che in Momo vi è il lieto fine, mentre nella realtà che stiamo vivendo non sappiamo se le cose potranno migliorare. Gli Uomini Grigi costituiscono l’analogia dei ricchi, ovverosia l’1% della popolazione, oppure, in altre parole più sofisticate, le cosiddette élite creditizio-finanziarie. Cosa fanno gli Uomini Grigi nel nostro racconto? Con grande zelo, convincono gli abitanti del villaggio a risparmiare di più il loro tempo - prima impiegato nelle relazioni e nei rapporti umani – per poi andare a depositarlo presso una “Cassa di risparmio del tempo”, gestita dagli stessi mistificatori. Per gli Uomini Grigi il tempo dedicato alle amicizie, alle relazioni, alle conversazioni, e via dicendo, era considerato tempo sprecato. Secondo la loro concezione, era necessario correre freneticamente tutto il giorno, sette giorni su sette, al fine di accantonare tempo in vista di un godimento futuro dello stesso. E questo contribuiva ad accrescere il loro potere, e non il benessere del villaggio, il quale, lo capiamo leggendolo tra le righe, è stato praticamente conquistato. Pensiamoci! Accade la stessa cosa nel mondo reale. A noi tutti, sin da piccoli, ci insegnano ad andare a scuola, studiare (le attività artistiche o di altro tipo sono viste solo come svago nel tempo libero), trovare lavoro, ed infine risparmiare soldi presso una banca. Ma sono i ricchi a controllare il denaro attraverso le banche centrali, così come i “Signori Grigi” di Momo controllavano il tempo con la Cassa di risparmio del tempo. Le banche centrali possono, dunque, creare denaro dal nulla, facendo pagare, ai cittadini, interessi su soldi non lavorati. Tali interessi vengono esborsati attraverso quattro leve che vengono subordinate, logicamente, al controllo accurato di questi privilegiati: l’inflazione, il debito, le imposte, la pensione. Questa procedura alimenta, nel medio/lungo termine una perdita ineluttabile dei posti di lavoro, sostituiti, inesorabilmente, dalla tecnologia dilagante, oppure dati in gestione a quei paesi con manodopera a basso costo. I Signori Grigi (i ricchi) hanno indottrinato il 99% della popolazione a lavorare e ad eseguire ordini, rifornendo di capitali le loro stesse tasche, per mezzo delle quattro leve prima menzionate. Così come accade esattamente agli amici di Momo, nel romanzo, quando vengono persuasi dai loro antagonisti a comportarsi in modo funzionale ai già avviati progetti di conquista. Gli unici ostacoli che avrebbero potuto contrastare i piani di tali personaggi, erano il pensiero collettivo, la consapevolezza, i rapporti umani, la cultura, e via di questo passo. In sostanza, tutti elementi che gli avversari hanno sempre cercato di eliminare, fondamentalmente in due modi: amplificando quella falsità secondo cui per essere felici fosse necessario raggiungere il successo, a scapito della propria umanità; e mettendo in sordina la verità, ovvero che per essere liberi bisognasse dedicare tempo a se stessi e alle persone che ci vogliono bene. E come si valorizzano i rapporti tra le persone? Attraverso il tempo dedicato all’ascolto sincero, una qualità che Momo possedeva e che conosceva bene, grazie alla quale riuscì a conquistare il cuore di tutto il suo villaggio.