Intervista a cura di Vincenzo Monfregola, per il Blog Scritturati

 

"A scritturati ospite Francesco Petruzzelli, giovane poeta agli esordi pubblica su "Inner Journey" cinque delle sue poesie tra quelle scritte sino ad oggi, forse sono quei versi che riescono particolarmente a raccontare i suoi colori."

Ciao Francesco, sono contento di invitarti nel nostro salotto letterario. Nasci a Bari e sin da piccolissimo riconosci la tua passione per lo scrivere, infatti nel 2001 la tua prima poesia, qual era e cos'era quel "tempo", ma soprattutto cosa ti ha portato a scrivere in quel "tempo"

Ciao Vincenzo grazie per avermi offerto la possibilità di darmi visibilità con questa intervista. Inizio con lo spiegare il perché dico “la prima poesia”: perché precedentemente scrivevo, ma non sotto forma di versi; erano semplicemente pensieri. Ero un tipo che esternava i propri sentimenti con parsimonia in un’età in cui si vuole prevalentemente dimostrare di essere forti, di non avere paure. La pietra di paragone è ciò che gli altri pensano di te e, di conseguenza, ciò che tu pensi di te stesso. Sentivo la necessità di comunicare con il foglio, un amico “che ascolta e non giudica”. Lo scopo è di eludere l’ostacolo del giudizio e pregiudizio che, come paura, si interpongono tra te e gli altri. Quando scrivevo, mi sentivo (e mi sento ancora) scaricato di un pesante fardello: le emozioni negative. La musica mi aiutava molto, identificandomi con essa e pian piano i pensieri si trasformavano in strofe. La prima poesia “Le lacrime del cielo” fu scritta per descrivere il male del mondo, la guerra, il sangue e tutte le conseguenze che comporta. Siamo nel settembre 2001, giorno undici, e tutti sappiamo cosa successe; ero più giovane allora, ma quelle immagini agghiaccianti facevano riflettere, oltre che far scuotere il cuore anche ad un adolescente. La poesia nacque anche da questo evento e da tutte le guerre che ne sono poi succedute, in ricordo di circa 3000 persone scomparse. Richiamare alla memoria «l’innocenza: la prima vittima della guerra»; come diceva Dale Dye nel romanzo “Platoon”.

 

Cos'è che ha fatto in modo tu riconoscessi questa passione per lo "scrivere"?

È stata una scoperta continua nel tempo, cui oggi prende la massima forma ed espressione. Il fine, come credo sia comune a tutte le altre passioni, sia quello di condividere. Osho dice: «Qualsiasi cosa bella tu abbia non accumularla. Il tuo amore, la tua felicità, la tua gioia condividili. E quando dai, non curarti se coloro a cui dai ti rispondono no. Non aspettarti un "grazie". Sii grato a chi ti ha permesso di condividere qualcosa con lui!» Condividere per me è la cosa più istruttiva che ci sia. Non ho mai visto uno scambio così notevole di energia, perché credo che sia questo che porta a capire cosa ti piace per davvero: “l’energia che acquisisci e che ti arricchisce”. E non si limita alla soddisfazione, alla bravura che hai nello scrivere, ma è qualcosa di più elevato, di sublime. Credo nel fatto che ci sia il divino nel nostro intimo più profondo e “condividendo” si stabilisce un contatto.

 

Dovessi raccontare ai nostri lettori Francesco Petruzzelli oltre il suo poetare, cos'è che osservano i suoi occhi e di cosa respirano le sue emozioni?

Mi piace il verbo osservare, ed allo stesso tempo lasciarsi assorbire dall’oggetto in questione. Per esempio osservare il cielo stellato: quale spettacolo migliore. Sei circondato dall’oscurità e su di te vedi questa maestosa immensità che sin ora davo per scontato. È il barocco naturale: suscita meraviglia, ti fa percepire un’emozione estatica. Soprattutto quando vedi quello spettacolo con qualcuno per te importante, l’esistenza si ferma, non esiste più nulla, è il non pensiero, la non-mente. Guardare il mare, gli alberi che si muovono come in una danza, sentire sulla pelle la brezza fresca che ti accarezza, sono forme per meditare ed essere sereni nel qui-e-ora. Osservando con gli occhi ed emozionarsi, sentire col cuore. È questo per me il vero poetare; far parte del mistero senza pretendere di svelarlo, partecipare con passione a questo mistero: questa è la poesia; il fatto di scrivere è una formalità e si cerca di esprimere in parole qualcosa che va al di là delle parole, avvicinandoti sempre di più al punto senza mai toccarlo.

 

Essere "giovanissimo" ti comporta un'etichetta obbligata o non dà alcuna influenza agli occhi dei colleghi? Com'è stato il tuo approccio con questo mondo, apparentemente tanto volto alla "sensibilità", è così o bisogna comunque guardare con occhi attenti?

Se il mio essere giovane influenzi i colleghi? Magari sì, magari no, chi lo sa. Mi piacerebbe chiamarli amici più che colleghi. In ogni campo poi c’è la scalata a diventare il più forte e questo comporta la competizione, a sentirsi superiori rispetto a chi ha meno esperienza. “Recentemente ho visto un video di Tiziano Terzani in cui diceva che a scuola la prima cosa che insegnano ad un bambino è di essere concorrente del compagno, deve farlo fuori per essere il primo della classe”. Poi questi bambini diventati adulti scelgono la propria strada e alcuni di questi hanno scelto il campo della scrittura, dell’editoria, della poesia mantenendo quel tipo di approccio competitivo. Bisognerebbe essere attenti, a questo punto, a non farsi scoraggiare, e concentrarsi su se stessi, trasfigurare nell’arte tutto il proprio essere a prescindere dall’etichetta che gli altri impongono, convincendosi che tutti sono stati esordienti e che un vero artista non mette etichette, non giudica, proprio perché ha raggiunto lo status di artista. Come fai a scrivere poesie guadagnandoti il titolo di artista e poi giudicare un altro mettendogli un etichetta? Non è forse una contraddizione? Ma non è l’arte una crescita interiore? L’artista non è solo quello che dipinge bene un quadro o che compone una bella canzone e quant’altro; quella è solo una forma di espressione, come ho detto prima. L’artista è l’essere nascosto, il quale attende di fuoriuscire finalmente dopo essersi scrollato di dosso l’ego, la paura, l’avidità e così via. Per me l’artista è una persona spirituale che conosce se stesso. Si dovrebbe condividere. Chi ha più esperienza dà a chi ne ha meno, ed essere orientati ad imparare l’uno dell’altro convincendosi che anche un esordiente potrebbe insegnare qualcosa. Il mio approccio è proprio questo, scrivere e condividere le mie emozioni, focalizzandomi nel raccontare ciò che accade dentro di me, la mia spontaneità.

 

Inizi in modo insolito, decidi di prendere parte ai concorsi e addirittura pubblichi nel tempo le tue poesie su un sito dedito a questo, come mai non hai ricercato subito la strada della popolarità come magari hanno fatto altri avendo l'imbarazzo della scelta tra i social network?

All’inizio pubblicavo solo su scrivere.info. Investivo lì il mio tempo ed in più scrivevo su dei fogli, racchiudendo le poesie in un portfolio. I computer non sono mai stati il mio forte e quindi di conseguenza non ne sono molto attaccato, però grazie all’unico social-network al quale sono iscritto, face-book, ho conosciuto persone con cui non solo ho la possibilità di condividere ma offrono un' ulteriore possibilità di far conoscere la mia qualità di persona e di scrittore. Infatti ne approfitto per ringraziare te e quelle persone. Tuttavia non volevo fermarmi al virtuale. Ho partecipato ai concorsi di cui alcuni a pagamento. Adesso partecipo solo ai concorsi gratuiti, perché non mi piace la speculazione, né tanto meno il fatto che un gruppo ristretto di persone si sostituisca al vasto pubblico per decidere quale sia la poesia migliore. Il gusto, il giudizio, sono soggettivi quindi alla fine è tutto relativo, non c’è niente di assoluto. Viene scelta la poesia migliore e poi tutte le altre? Rimangono in ombra? Quante poesie non vincitrici potrebbero essere considerate al pari di quelle che hanno vinto e potrebbero far emozionare chiunque? Ma questo non significa che ogni cosa vada bene per essere pubblicata. Sta nella coscienza di ognuno capire se un’opera sia valida per essere pubblicata, se si sta dando qualcosa di buono, istruttivo ed emotivo al tempo medesimo per il tuo lettore, accompagnato da uno spirito auto-critico non indifferente per mettersi in discussione, prima di pubblicare. Allora ho deciso di arrivare direttamente alle persone, partecipando alle manifestazioni di poesia dal vivo, pubblicando su un sito mio personale, creando dei video, distribuendo gli Inner-journey. Tutto questo per dare più professionalità alla mia figura di scrittore. Il web permette di arrivare ai lettori, ma non a più lettori possibili, perciò io penso che il cartaceo sia sempre un ottimo strumento per arrivare al maggior numero di lettori seppur non tralasciando il virtuale. Fa sempre piacere al lettore ricevere un libricino di poesie, l’entusiasmo di sfogliarlo, di sentire la fragranza delle paginette, il piacere di leggerlo con calma, magari sdraiati sul letto o seduti su una panchina in riva al mare. Dà un impatto diverso.

 

Poeti di emozioni, sensazioni che raccontano ciò che l'anima vuole urlare nel silenzio delle parole, quanto riesci a raccontare del tuo "Io", quello intimo, quello personale, lo sveli o lo lasci immaginare?

L’io è una realtà in continuo cambiamento, è un flusso, non è statico quindi si dovrebbe parlare di non-io, in unione armonica con il cosmo. Di conseguenza l'unica strada che posso seguire è quella di raccontare ciò che ho conosciuto finora e di lasciarlo immaginare ai lettori. È bello immaginare. Proprio perché la poesia non è qualcosa di logico, non la si può leggere con gli strumenti rigidi della ragione, bensì con la flessibilità ed il silenzio del cuore, quindi tendo a muovermi seguendo questa rotta in modo da lasciare qualcosa di inconcluso da far percepire al lettore. A questo proposito mi colpisce la parola “Haiku”. Haiku vuol dire “inizio”, un inizio senza conclusione. Quando si racconta cosa accade del proprio intimo personale avviene proprio questo: l’illogicità del mistero, di cui tutti facciamo parte. Il poeta inizia ma non finisce, c’è un buco, il mistero che deve essere immaginato da chi legge senza soffermarsi troppo sulle parole, senza capire il significato bensì percepire quel vuoto che ha lasciato l’autore. Percepire. Il detto cinese dice: «Il saggio indica la luna». Mi piace molto questo esempio, in quanto l’autore con le sue parole indica la luna ed il lettore completa guardando la celestialità della scena. Le parole indicano solo una direzione.

 

Pubblichi su "Inner Journey" vuoi parlarci di questo progetto?

È uno strumento di autopromozione ideato da Daniele Campanile per contenere una piccola silloge di poesie, con la qualità degna di un piccolo libro, tramite la quale ogni autore vuol farsi riconoscere. Chiunque può usare Inner-Journey come strumento di promozione. Perché è nata questa idea? Perché l’auto-promozione è un elemento indispensabile per la crescita professionale di un poeta esordiente. Dato che l’aspirante scrittore inizia sempre a pubblicizzarsi con il web, l’Inner-journey è uno strumento da utilizzare, in maniera parallela ai siti e ai social-network per far conoscere le sue opere a più persone possibili. I grandi portali dedicati alla poesia offrono un grado di visibilità scarso per i lettori in quanto sono sovraccaricati da un eccesso di contenuti, causando in questo modo una tal confusione da scoraggiare l’esperienza di lettura da parte dell’utente esterno. L’esordiente rimane spesso e volentieri in ombra senza avere la possibilità di far leggere le sue poesie, come anche chi ha già pubblicato libri in versione virtuale. È qui che entra in gioco l’Inner-journey. Attraverso la distribuzione in prima persona o con l’aiuto di amici e collaboratori le opere arrivano direttamente al pubblico mettendo in luce i punti di forza dell’autore e ottenendo pian piano feed-back importanti per il proprio sviluppo professionale. È un’attività di conoscenza propria nei confronti di tutti. La pubblicazione del libro vero e proprio è l’ultimo passo in quanto dopo un’attività di promozione i lettori sapranno chi è l’autore, in questo caso incrementando le probabilità di acquisto dello stesso. Per chi volesse gratuitamente una copia dell’Inner-journey con le mie poesie può scrivermi andando sul mio sito www.petruzzelli-franc.it nella sezione contatti.

 

Quali delle cinque poesie ti tiene particolarmente legato ad un ricordo, ti va di raccontarcelo?

Senza dubbio “Una storia infinita”. Parla della scomparsa di mio fratello a causa di un incidente stradale. Un evento che mi ha sconvolto e per quanto siano passati otto anni lo ricordo come se fosse ieri e ci convivo ogni giorno. Nonostante questo, la poesia è un inno alla gioia: le emozioni sono nuvole passeggere che passano nel cielo, ma al di sopra di esse il sole continua a brillare. Il sole non è altro che il nostro essere e il dolore l'energia alimentata dalla mente rigida. Bisognerebbe ritrovare la beatitudine attraverso l’espressione, io la trovo con lo scrivere. Inoltre bisognerebbe vivere in funzione dell’oggi. Il samurai vive ogni giorno come se fosse l’ultimo, sono d’accordo con questa visione perché in questo modo non si dà nulla per scontato e si apprezza tutto quello che c’è intorno, si apprezza il bello dando amore a coloro che ci sono vicini. Non sappiamo quando se ne andranno e questo vale anche per noi stessi. Come diceva Osho: «L’amore è comprensione, una comprensione che non si limita a considerare solo la vita ma anche la morte». L’individuo pensa che debba vivere per sempre come debbano vivere per sempre le persone che gli sono vicine. Secondo me a causa di questo approccio perdiamo quei momenti, quegli attimi di gioia e serenità che rimpiangeremmo amaramente se qualcuno venisse a mancare. Il dolore lancinante avviene per colpa del rimpianto, delle cose che non hai potuto fare. Vivere ogni giorno appieno con amore invece, ti farà sentire si triste nel fatidico momento, ma con una consapevolezza tale da non farti impazzire.

 

Bene Francesco siamo giunti al termine del nostro incontro e voglio rinnovarti i miei ringraziamenti per aver concesso il tuo tempo ai nostri lettori, è costume di "scritturati" che nel salutare, l'ospite regali qualcosa di sè a quanti hanno letto questa intervista, tu cosa ci regali?

Ringrazio te, Vincenzo, ancora una volta per questo colloquio e tutti coloro che vorranno leggere quest’intervista. Con molto piacere lascio questo componimento che parla della “percezione della verità” quella reale e misteriosa che richiede il cuore e non la testa per essere appunto “intuita”:

 

Dono universale

Pensieri finalmente spenti

infuocano quel vuoto senza filtri,

ecco sei tu

davvero tu che scorri

con il cosmo,

l’Universo,

che godi degli alberi danzatori

e degli uccelli cantanti.

Ecco la musica soave

che si manifesta,

la verità in sintonia

Adesso.



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